Così Obama vuole battere al Qaida finché è calda (e senza foto)

La Casa Bianca non pubblicherà nessuna foto del cadavere di Osama bin Laden, lasciando l’America senza la rappresentazione iconografica della vittoria sul terrore di al Qaida. Leggi L’ombra di Bin Laden in Palestina - Leggi Chiara come il sole - Leggi Ora consegnate il Mullah Omar - Leggi Bin Laden confidential
19 AGO 20
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Si chiude così la discussione più accesa delle ultime ore nei palazzi dell’Amministrazione, dopo che il direttore della Cia, Leon Panetta, aveva detto che “non c’è dubbio che alla fine una fotografia sarà mostrata al pubblico”, e il segretario di stato, Hillary Clinton, e quello della Difesa, Bob Gates, hanno schiacciato ieri il pedale del freno, facendo notare al presidente che le foto avrebbero provocato reazioni pericolose contro gli Stati Uniti nel mondo arabo mentre avrebbero avuto come effetto positivo al massimo quello di scoraggiare i teorici del complotto più blandi, quelli secondo cui Osama, al pari di Elvis e Michael Jackson, non è mai morto.
“Immaginate come reagirebbero gli americani se al Qaida uccidesse uno dei nostri leader militari e mettesse le foto su Internet”, ha detto Obama, ricordando che “Osama non è un trofeo”. Il presidente ha poi fatto cenno all’altra conversazione che sta togliendo il sonno agli ufficiali dell’Amministrazione, quella sulla strategia per distruggere al Qaida ora che la testa dell’organizzazione è stata tagliata. “Ora Osama è morto – ha detto Obama – e noi dobbiamo concentrarci su come combattere al Qaida fino alla sua eliminazione”. A Washington è questo il tema che scorre sotto alla marea di dettagli sull’operazione di Abbottabad.
Il capo dell’antiterrorismo di Obama, John Brennan, ha detto chiaramente che l’America deve approfittare del successo per “distruggere l’organizzazione”, e che l’Amministrazione è “determinata a farlo”. Come? Innanzitutto scandagliando i cinque computer, dieci hard disk e il centinaio di device per la raccolta di dati – principalmente penne Usb e Dvd – che gli uomini del “team six” hanno recuperato nella casa di Abbottabad, la famosa “miniera d’oro” di cui dispone Washington. E’ sulla base di questo fiume di informazioni che l’intelligence sta esplorando che gli uomini di Obama daranno ordine alle forze speciali di inseguire e stanare gli altri leader di al Qaida sparsi per il mondo arabo e non solo. Il tempismo è una componente fondamentale del progetto e per questo mentre il presidente Obama visita Ground Zero per rendere onore alle vittime – aveva invitato anche Bush, per rendere in modo anche iconografico l’idea della continuità presidenziale nella lotta al terrore, ma l’ex presidente ha rifiutato per non rubare la scena – alla Cia lavorano per trovare in fretta le vene d’oro della miniera.
Le informazioni di intelligence dicono che il numero due (e forse già numero uno) di al Qaida, il dottor Ayman al Zawahiri, si sta affrettando per organizzare una vendetta e provare così al mondo che il terrore è ancora in grado di colpire anche quando il suo lume è stato oscurato; l’Amministrazione sta lavorando per impedirglielo e, magari, fargli fare una fine simile a quella di Bin Laden. La strategia che in queste ore è al vaglio dell’Amministrazione è incastonata in un disegno strategico più ampio, quel grande piano per potenziare l’antiterrorismo – raccolta di informazioni, incursioni mirate delle forze speciali, droni che sganciano missili precisi nella notte – e nel frattempo rendere più snello (smantellare, dicono gli oltranzisti) l’ingombrante apparato militare che agli occhi dell’opinione pubblica è diventato sinonimo di pantano e inconcludenza. Il raid di Abbottabad ha dimostrato invece che la linea sostenuta dal vicepresidente Joe Biden di un apparato di antiterrorismo potenziato che colpisce con precisione e se ne va è vincente; e allora, dicono gli uomini di Obama, bisogna accelerare.